A volte, facendo zapping, capita di imbattersi nel prode Giacobbo. E sorge spontanea la stessa domanda che mi assale transitando tra gli scaffali dei best sellers in libreria. Perchè nella divulgazione storica o scientifica deve sempre esserci qualche ‘mistero’ misteriosissimo e irrisolto? Cioè, intendiamoci: i misteri insoluti ci sono, il dubbio stimola la ricerca, ma perchè si punta solo su questo aspetto? Perchè vende, dicono. Si, ma perchè vende? Siamo diventati una società di Indiana Jones incalliti?
Con la storia dei templari, quanto ci hanno fracassato le palle? Non che non sia un argomento interessante: la formazione degli ordini monastici, le crociate, i rapporti di potere all’interno della chiesa. Ma di tutti gli aspetti della storia medievale che si possono approfondire, perchè sempre e solo ‘sti cazzo di templari? Brave persone, per carità, niente di personale contro di loro. Ma a me che cazzo me ne frega se c’avevano il Graal, la Sacra Sindone, L’Arca di Noè o l’Alabarda Spaziale? Per non parlare di tutto il vespaio sollevato da Dan Brown e compagnia, i vescovi incazzati (il che è sempre divertente), le polemiche sull’Ultima Cena? Ma cosa m’importa se quello è Giovanni, la Maddalena, Cristo, la Madonna e tutti gli angeli in colonna? Potrebbe essere anche Britney Spears, per quel che mi riguarda: con tutto quello che si può dire a proposito dell’opera di Leonardo, questa mi sembra veramente una questione irrilevante.
Prendete Tutankhamon, per esempio. Uno dei tormentoni che puntualmente si ripropongono in tutti i luoghi e in tutti i laghi é il mistero sulle cause della morte di questo povero stronzo (che povero non era). Sarà morto di qualcosa, come tutti. Malattia, omicidio, suicidio, incidente sulla tangenziale di Tebe: ma chissenefrega! Non dico che la storia dell’antico Egitto non possa essere affascinante, è bello che la gente si interessi di archeologia, magari mentre prende il sole sulle spiaggie di Sharm. Ma il decesso di un tizio vissuto più di tremila anni fa è roba da specialisti. Posso capire se sei uno storico delle dinastie del Nuovo Regno, o un biologo che fa ricerche sulle mutazioni delle malattie infettive nell’antichità (infatti l’ultima scoperta è stata pubblicata sul giornale dell’American Medical Association). Ma alla famosa casalinga di Voghera, al bracciante lucano e compagnia bella, cosa gli cambia nella vita sapere che il faraone più glamorous della XVIII dinastia è morto – come sembra – di malaria (ci son certe zanzare sul Nilo, signora mia, che la bassa ferrarese è roba da ridere)? Probabilmente anche il loro trisnonno sarà morto di malaria, ma non se ne sono mai interessati.
E i Maya? I Maya! i teschi di cristallo! gli alieni! Il 2012!!! Io spero che il mondo finisca davvero, ce lo meritiamo. Lo so, siamo un popolo massivamente ignorante che va educato a piccoli passi. Ma perchè non si può fare divulgazione (non necessariamente noiosa) senza che ci debba essere per forza qualche cazzata di mezzo?
In questo maggio che sembra novembre mi è tornata voglia di andare al cinema. Quest’anno la mia fruizione cinematografica ha subito dei cambiamenti consistenti. Primo: non ho mai visto così pochi film come quest’anno: colpa della fidanzata, sicuramente. Secondo: non ho mai visto così tanti film italiani come quest’anno. Colpa della fidanzata, anche questo. Di solito con il film nostrano sono riluttante, a meno che non si tratti di capolavoro conclamato (o comunque gente di cui mi fido – pochi – mi confermi che ne vale la pena). Prevenuto? Sì. Sarà che il rapporto tra i registi italiani che mi piacciono e quelli che mi stanno sul cazzo è nettamente sbilanciato a favore dei secondi. Sarà che quando vedo un film italiano brutto mi incazzo molto di più di quando vedo un film straniero brutto (non so perchè, ma è così). Ma, si sa, con l’età si diventa più tolleranti. E poi bisogna dargliela vinta alla morosa, ogni tanto… Quindi ho visto Virzì, Diritti, probabilmente mi toccherà anche Luchetti. Ho temporeggiato su Soldini e probabilmente riesco a scansarmelo, idem per Salvatores. Ozpetek e Muccino mi sono rifiutato: a tutto c’è un limite. E ho battuto il record di ben due film italiani la scorsa settimana.
Il primo è Draquila- l’Italia che trema di Sabina Guzzanti. Del film se n’è parlato molto (soprattutto a proposito della figura di merda dell’affabile ministro pelato). Sulla Guzzanti da un po’ di tempo nutrivo qualche perplessità. Mi dava l’idea di avere un ego ipertrofico e un’opinione di se stessa e del suo ruolo nell’universo un po’ troppo alta. Insomma, mi aveva un po’ rotto i coglioni. Non che l’aspettassi al varco, ma ero curioso di vedere come si poneva nei confronti di una materia così delicata. Viva Zapatero! e Le ragioni dell’ aragosta erano legati, per motivi diversi, al mondo dello spettacolo, da cui Sabina proviene e che conosce bene: affrontare un tema come la tragedia dell’Aquila, con tutto quello che ne consegue, è un’altra cosa. E’ una prova di maturità, non solo professionale. Hai davanti a te persone che soffrono e hanno sofferto: comunque devi rispettarli, anche quando non la pensano come te. Bisogna dire che la Guzzanti in questo caso riesce a mettersi da parte e lasciar parlare gli aquilani. Per mesi segue gli avvenimenti del dopo-terremoto, parla con la gente e trae le sue conclusioni. Il modello di riferimento è Michael Moore, più che il documentario classico. Il risultato dell’operazione è una denuncia politica ai massimi livelli. Degli interessi legati al business della ricostruzione e della nuova impostazione voluta dal governo per la Protezione Civile. In sintesi: una merda. Chi si tiene informato (chi va oltre l’informazione televisiva, intendo) di molte cose era già a conoscenza, ma è bene sentirsele ripetere: ci sono sempre dettagli che sfuggono, nuovi elementi di un quadro desolante. Io, ad esempio, sapevo che alla Protezione Civile era stata affidata la gestione di tutti i cosiddetti “Grandi Eventi” (più o meno qualunque cosa: dai disastri naturali alle visite del papa, alle manifestazioni sportive). Quello che mi sfuggiva era come questo meccanismo permetta loro di fare praticamente il CAZZO CHE GLI PARE. Scavalcando qualsiasi regola, proprio perchè nello “stato di emergenza” le leggi vigenti non contano più nulla. Si esce dal cinema incazzati, o forse più schifati.
Il secondo èScontro di civiltà per un’ascensore a piazza Vittorio. Un’esordio – Isotta Toso – tratto dal romanzo omonimo di Amara Lakhous. Giallo multietnico italiano (nello specifico romano) diretto da una donna: ecco un tipico esempio di film che, a naso, avrei saltato a piè pari (sono una merda, lo so). Ma caso vuole che la mia morosina sia romana e abiti proprio dietro piazza Vittorio: che di conseguenza risulta essere una delle poche zone di Roma in cui riesco più o meno a orientarmi. Me la comanno abbastanza, diciamo (sono riuscito anche a trovare un parcheggio dietro al mercato, mentre stavano scaricando: non è roba da tutti). E comunque l’Esquilino rappresenta un’esperimento di convivenza delle etnie più disparate, quasi un laboratorio: diversamente da altri quartieri della capitale – spiega la morosa in modalità Lonely Planet – in cui l’immigrazione è più recente ed uniforme dal punto di vista etnico. Materiale per qualcosa di buono ci sarebbe. Purtroppo il film delude: sembra proprio un’occasione sprecata. Il romanzo non l’ho letto, ma pare non fosse malaccio. Spiace parlar male di un esordiente, ma sarebbe stato meglio affidarlo a mani più esperte. La sceneggiatura è tirata via, a tratti confusa, si sente la mancanza di un dialoghista decente. Gli attori fanno il loro compitino, ma con un cast così si poteva davvero fare molto di più. C’è persino un cameo (inutile) di Ninetto Davoli. Mi aspettavo fosse almeno divertente: niente. Peccato.
E poi, finalmente, ho visto (senza morosa) Iron Man 2. Che hanno già visto tutti. E tutti hanno detto che il primo era meglio. E’ vero, anche perchè si trattava del miglior film tratto dal mondo dei supereroi Marvel (assieme allo Spider Man di Raimi). E la sorpresa di un Tony Stark del calibro di Robert Downey Jr, che giganteggia su tutto e tutti, non è più una sorpresa. Si tratta comunque di un film decente – ce ne fossero – che a volte vuole un po’ strafare, insiste un po’ troppo nel riproporre dinamiche già viste nel primo episodio, ma tutto sommato si fa guardare e le due ore e passa scivolano via. C’è anche Mickey Rourke – ormai ridotto ad un ammasso di carne informe – a cui probabilmente saranno affidati tutti i ruoli da devastato per i prossimi anni, finchè non imploderà su se stesso.
Una cosa sola non mi è andata proprio giù: Scarlett Johansson che fa la Vedova Nera. Proprio non ci siamo. A parte che non si capisce perchè si sia convinta di essere una Diva hollywoodiana: la sua dimensione perfetta era il cinema indie alla Sundance, e quella doveva rimanere. Ma, in ogni caso, la Vedova Nera no. Non ha il phisique du role, non sa muoversi nelle scene d’azione, non ha la freddezza e il fascino necessari. Non si poteva proprio trovare qualcun’altra, no? Non si può infierire così sull’immaginario della mia infanzia. Ecco.
Vi ricordate la terapia iperbarica (scrollate sotto, non sto neanche a mettere il link che mi fa fatica)? L’ho finita. Da un pezzo, anche. Com’è andata? Benino, thank you for asking. Cioè: adesso sono praticamente guarito (dopo sei mesi era anche l’ora, direi) e posso dire che è servita, anche se non è stata proprio proprio decisiva.
Comunque è giunta l’ora di concludere il “diario iperbarico”. L’idea iniziale era quella di postare giorno per giorno, ma il risultato sarebbe stato interessante quanto un elenco del telefono, le cui uniche variabili avrebbero riguardato il caldo (più o meno porco) che faceva in camera o la simpatia dell’infermiere di turno. Un po’ pochino per costruirci un diario vero e proprio. Alla fine ho deciso che la cosa migliore fosse giocarsi qualche aneddoto faceto. Eccoli:
Pillole. Fondamentalmente in camera iperbarica ti rompi le palle. Sei lì con la maschera a ossigeno quasi tutto il tempo: per fare conversazione hai, tipo, dieci minuti. In genere l’argomento era vacanziero, essendo pieno Agosto: Sharm-el-Sheik in particolare, teneva banco. Tutti c’erano stati o volevano andarci: in pratica Sharm è la nuova Rimini (o Viareggio, o Fregene), solo che ha il mare più bello. La mia morosina lo considera ‘Il paradiso delle sciampiste’ (io però un salto ce lo farei: oltretutto la figura della sciampista è abbastanza in alto nella mia lista delle professioni più sexy…). Un giorno, invece, succede che l’argomento di conversazione cade inspiegabilmente sulla pillola abortiva RU486. L’infermiere, un giovane turnista che legge Libero, è obiettore. Perchè? Perchè è troppo comodo, la gente la usa con troppa facilità, come fosse un contraccettivo eccetera. “Ma come funziona?”, chiede una signora di mezz’età. L’infermiere fa un po’ il vago, dice che non lo sa di preciso: tanto lui è obiettore quindi che gli frega? Logica ineccepibile. La signora concorda e aggiunge: “Ah, guardi, io di contraccezione non ne capisco assolutamente niente, proprio come di motori…”. Risate. Al che ho pensato: quindi, signora, lei una sveltina in macchina mai fatta in vita sua, eh?
Croci. Dunque, la cosa migliore da fare in camera iperbarica è leggere. Era quello che stavo facendo, quando mi casca il segnalibro. Trattavasi di un cartoncino, con un calendarietto da un lato e il marchio della CGIL dall’altro. La mia morosina ciccina era andata al sindacato il giorno prima, per informarsi se tutte le porcate che le facevano subire al lavoro fossero legittime, ed era tornata con il suddetto cartoncino e una pacca sulla spalla. Io ci avevo guadagnato un segnalibro, facilmente equivocabile per una tessera. “A-ha! “- L’infermiere lo raccoglie – “la tessera CGIL, eh?”. “E’ della mia ragazza”, faccio io con un sorrisino vigliacco. “Guarda che ti tengo d’occhio!” Damir (nome di fantasia) è l’infermiere italo-rumeno. E’ pazzo, o perlomeno un po’enigmatico. Fa sempre un sacco di battute, che capisce solo lui. Io gli sto particolarmente simpatico. “Guarda” – mi fa, tutto contento – “io dalla parte opposta!” E si sbottona la camicia, palesando una catenina con una crociona celtica d’argento, grossa così. Ehm. Già, che buffo. Comincio a sudare più del solito. Le persone che conosci appena non sai mai come reagiscono a certe cose. Sembra uno tranquillo, si ride e si scherza, però vai a sapere. Di solito, in una situazione del genere, la prassi stabilisce che bisognerebbe menarsi o perlomeno litigare ferocemente. Magari in Romania non usa. Certo che un fascista rumeno è un po’ strano, ma non ci sarebbe nemmeno da stupirsi troppo, di questi tempi. Penso anche che, se dovesse succedere qualcosa nella camera, io sono l’ultimo che aiuterebbe ad uscire. Conto i minuti che mancano alla fine della terapia: non finisce mai. Per fortuna non succede nulla. Mentre usciamo mi racconta la storia della croce. Era il ricordo di un caro amico, che l’aveva presa ad una festa celtica di non so che paese dell’est e non aveva particolari connotazioni politiche. Forse era addirittura morto, non ricordo. Comunque non son scherzi da fare, ecco.
Riviste. Come in tutte le sale d’aspetto degli ospedali, anche al Centro Iperbarico è pieno di riviste e giornali. Di tutti i tipi, con prevalenza netta di riviste di gossip, quotidiani gratuiti e giornali sportivi. Però quello che ho trovato stamattina non me lo sarei mai aspettato. Su una poltroncina stava adagiata in bella mostra una copia della rivista “ARMI magazine”. Con un bel 44 Magnum in copertina. Vorrei sapere chi la stava leggendo. O forse no.
“ho visto navi in fiamme al largo dei bastioni di Fiano Romano”
1. Viaggio al termine della notte
Dunque: o Roma o morte. In macchina. Primo: sono qui per raccontarla. Secondo: per guidare nel traffico della Capitale, bisogna prima arrivarci. E non è per niente scontato. Soprattutto se è venerdì pomeriggio e devi affrontare l’Appennino, con le forche caudine delle nuove Scilla e Cariddi, cioè Rioveggio e Barberino del Mugello.
Parto tardi, pomeriggio inoltrato. Sulla tangenziale di Bologna do un’occhiata timorosa al pannello della società autostrade, il responso è : “rallentamenti tra Rioveggio e Roncobilaccio“. Ci può stare: come uno zero a zero fuori casa. Ma il cartello successivo annuncia “code fino a Barberino per traffico intenso“: è l’inizio della catastrofe, un lungo calvario che può solo peggiorare. E peggiora. Dopo quasi due ore di incubo sono a Calenzano: tutto bloccato fino a Figline. Che fare? Voglio veramente uscire e attraversare Firenze di venerdì alle sei? Voglio. La scelta si rivela discretamente sensata: apparte un po’ di fila in entrata (con vista su quella simpatica boutade che è l’areoporto di Peretola) e in uscita, l’attraversamento cittadino scorre. All’autogrill di Fi-Nord la barista è una bionda statuaria, occhi cerulei, lentiggini: una valkiria scandinava, con l’accento di Lastra a Signa. Questo fuori programma mi permette di rivedere quell’ameno quartiere che è Novoli, con i suoi palazzoni da realismo socialista: brutti, ma rassicuranti. Da qualche anno è un cantiere aperto. Su tutto domina la sagoma multiforme del nuovo Palazzo di Giustizia: un’opera imponente, che eleva il concetto di ‘grosso e spigoloso’ a un livello completamente nuovo. Quando attraverso il Campo di Marte, dove sono cresciuto, mi commuovo sempre un pochino. Mi sovvengono anche un paio di scorciatoie, poi mi ributto in autostrada.
(E adesso un po’ di simpatica polemica: tutto questo perchè? Perchè Firenze è l’unica città a non avere una cazzo di tangenziale ! E ci passa il traffico dell’ Autosole, la principale autostrada d’Italia)
Dopo Arezzo si viaggia meglio. Attraverso l’Umbria all’imbrunire, con le sue uscite dai nomi improbabili. Cicci mi chiama: è già sulla Salaria. Dopo l’ennesima richiesta di prestazioni sessuali, decide di aspettarmi in un centro commerciale. Mi metto all’erta a Orte, drizzo le antenne: aspetto la deviazione per Settebagni. Non c’è. Passo Roma Nord – Fiano Romano in souplesse. Cominciano i dubbi: vedo solo indicazioni per Napoli o L’Aquila. Prima di finire sulla collina di Posillipo, sotto al famoso pino che non c’è più, devo inventare qualcosa. Entro in riserva. Sudo freddo. Mi salva un Autogrill, qui mi consigliano di uscire a Roma Est e imboccare il coacervo di tutte le mie paure più segrete: il Grande Raccordo Anulare. Prego tutti i Santi, gli Angeli, i Cherubini e gli stagisti del Paradiso, nonchè altre divinità a caso, da Giove Pluvio a Manitù: funziona. Il G.R.A. è una passeggiata di salute, l’ora di punta è passata (sono le nove). Arrivo sulla Salaria, direzione sbagliata, faccio inversione: cicci mi aspetta ad un semaforo con un libro in mano. Scoppio in un pianto liberatorio (no, ma ci stava bene).
stacchetto musicale:
2. E com’è andata, insomma, cor traffico romano-de-Roma?
Ma direi bene, grazie. Sarà che era il weekend, sarà che ho avuto il culo di evitare i punti critici. Certo, ci sono stati momenti in cui la mia fede ha vacillato.Il Lungotevere in festa non è roba per dilettanti. Primo: a differenza delle città normali, a Roma la ZTL funzionadi notte. cioè: nel centro storico ci puoi entrare di giorno, ma la notte NO. Quindi, durante il weekend, la sera, c’è questo fiume ininterrotto di gente che gira sul Lungotevere (ma quanto cazzo è lungo?) alla ricerca di un varco aperto o di un parcheggio utile per raggiungere la movida trasteverina e quant’altro. E corrono (la regia suggerisce piottano). O stanno fermi. Vie di mezzo non contemplate. La mia navigatrice suggerisce cose come: “stai sulla destra”, ok. “bravo, adesso buttati tutto a sinistra”: cosa? fammi capire: vuoi che tagli la strada a tre file parallele di macchine incazzate strombazzanti? tesoro, se non mi vuoi più bene bastava dirmelo o mandarmi un sms. Ma no, basta che ti fai vedere deciso e loro si spostano. Eh??? In effetti lo fanno, magari suonano un po’, ma neanche troppo (mi hanno suonato di più a Milano, per dire). E per me, abituato ai viali bolognesi è stupefacente (lì non ti fanno proprio cambiare corsia, nemmeno se hai la freccia da mezzora e una partoriente in macchina: essendo un po’ stronz rigidi, non concepiscono che si possa cambiare idea o deviare. Per cui devi sceglierti una corsia quando parti e rimanere là per sempre). Arriva un sottopasso, un labirinto tipo Doom, ed è tutto un gira a destra, no a sinistra, no scusa era di là. Usciamo da qualche parte, comincia a piovere. Decidono di cambiare zona: sospiro di sollievo.
Il giorno dopo siamo entrati in centro. Il centro-centro, quello coi monumenti. E lì, fra vicoli e palazzi, capisco che la mia morosina, non avendo la patente, è ontologicamente estranea al concetto di “senso unico” o “divieto d’accesso”. E comunque trovare parcheggio da quelle parti (come dalle altre parti) è un bel casino, anche con il permesso invalidi. Passiamo Palazzo Grazioli (mi arrestano se gli faccio così col dito?) e ci infiliamo per le viuzze laterali. Troviamo un buco libero. Vicino c’è una piazzetta, con un palazzone barocco e un obelisco di fronte. Mi dice qualcosa, dev’essere famoso: ci sono anche i poliziotti. “Amoruccio de casa: è Montecitorio quello, che non lo riconosci?”. Oh, cazzo, mi pareva. Ma siamo sicuri che posso parcheggiare? Perchè la cosa che più mi scocciava nel prendere una multa, sinceramente, era di dover dare dei soldi ad Alemanno. E invece niente: neanche una in tre giorni. (Yessss…!)
Insomma, è andata. E sono tornato con un bagaglio di esperienze mica da ridere. Ho visto cose che voi umani. Ho capito che qualunque giro tu faccia, finisci sempre in Piazza Vittorio (dove abita la mia cicci ^_^) e ci arrivi ogni volta da un lato diverso. E se ci arrivi nel bel mezzo del mercato sono cazzi. Ho fatto le consolari (quelle in -ina e in -ana) e posso affermare che per me la Prenestina non ha più segreti. Ho visto l’Eur – perchè? così – e la Cristoforo Colombo. Ho fatto anche il temibile Muro Torto. E ho capito che ci sono cose che non si possono proprio fare e cose che non si possono fare, però le fanno tutti e quindi si fanno. Ma soprattutto ho capito questa cosa fondamentale: quando ti dicono “entra deciso”, vuol dire “entra DECISO!!!”
” …e allora vieni con me, amore, sul grande raccordo anulare, che circonda la capitale”
Fin dall’alba dei tempi e della storia, ho sempre sentito parlare del traffico romano con misto di terrore e deferenza. Mai avrei pensato – io che riesco a incasinarmi anche a Lippo di Calderara – di dover affrontare un giorno la Madre di Tutte le Esperienze Automobilistiche: Roma in macchina. In un giorno feriale (un venerdì, fra l’altro).
L’antefatto è questo: la mia morosina dolce è romana (succede). Questo weekend torna a casa e io la vado a trovare. Il punto è che sono ancora stampellato: e si sa che la stampella sul sampietrino non da certo il meglio di sè. In più la Capitale ha tanti pregi, ma ha questo difetto di essere piuttosto estesa (ci torneremo sopra). D’accordo: esistono i mezzi pubblici, ma provate voi a fare su e giù per bus e tram con le stampelle. Per evitare di farsi due spalle da Yuri Chechi (e due palle da basket al posto dei maroni), stampellando giulivo come Lady Gaga nel video di Paparazzi, non c’è molta scelta: o il taxi (e qui si pone un ostacolo economico non indifferente) o la macchina. E macchina sia: solo io e la mia piccola Toyota Aygo automatica blu, euro 4. Non un viaggio romantico, in moto o magari in bici, attraverso strade secondarie, immergendosi nella bellezza del paesaggio, fermandosi in ameni borghetti e paeselli, a respirare l’aria frizzante della campagna autunnale. Cazzate. Una bella autostrada pulsante, con fila di Tir in ritardo per la consegna, benzene e ossido di piombo, condita da lavori in corso e qualche incidente, per finire con il traffico della metropoli all’ora di punta. Questi sono i veri viaggi iniziatici, i percorsi di formazione che un uomo (ma anche un po’una donna) deve affrontare almeno una volta nella vita. Magari non tutti i giorni, ecco.
Mi faccio forza, ma ho paura. Ripasso l’itinerario su Google Maps. Devo uscire a Settebagni (ma siamo sicuri che esista davvero? e sarà segnalato bene?), poi la Salaria (pare sia una strada di mignotte, bisogna stare attenti che quello davanti non inchiodi all’improvviso) fino alla Tangenziale – l’unica tangenziale del mondo che sta dentro la città e non fuori (quindi non è tangenziale proprio a un cazzo) – ed oltre, dove la mia cicci buona mi verrà in soccorso, sempre che prima non se la carichi su qualcuno. Tutto facile, sulla carta, ma non sono convinto. Mi scorrono davanti immagini ancestrali in bianco e nero, tremolanti e sgranate: vecchi film, archivi fotografici, storie di boom economico, di utilitarie con le valigie sul portapacchi e quattro marmocchi sul sedile di dietro, di pranzi domenicali sulla spiaggia con le fettuccine portate da casa. Il traffico di Roma: un’astrazione, un concetto, un’idea platonica, l’ur-traffico. Penso alle costanti fatidiche comunicazioni di Isoradio: rallentamenti sul Grande Raccordo Anulare. Ce poi morì de vecchiaia, cantava Guzzanti. Quei nomi evocativi: Acilia Casal Palocco, Casalotti Boccea. Se tutto va liscio il raccordo lo dovrei scansare, ma se sbaglio e finisco – che so – a Tor Pignattara? O a Spinaceto-pensavo-peggio? O a Infernetto? Che cazzo è l’Infernetto??? Aiuto. Se ne esco vivo vi farò sapere.
Che poi, al di là di tutte le polemiche (leggetevi l’esilarante post di leonardo, da cui ho estrapolato l’illustrazione): la scusa dei bambini è proprio una vigliaccata.
E’ vero: alcuni bambini possono spaventarsi di fronte a qualcosa che non conoscono (oppure incuriosirsi: io, per esempio, ero del tipo che si spaventa). Tocca al genitore (o all’adulto di turno) spiegare al pargolo turbato che non c’è da aver paura, perchè quello che ha visto è normale e blablablabla, così il pupo si tranquillizza e sono tutti contenti. E’ così che funziona, ha sempre funzionato e dovrebbe funzionare: fa parte del processo di apprendimento e di crescita, credo. D’altra parte, un bambino potrebbe aver paura di qualsiasi cosa, o persona: di qualcuno troppo grasso o troppo magro, o troppo brutto o troppo peloso, di uno vestito strano, o magari di un portatore di handicap o di invalidità. Quando vado in spiaggia e scopro la mia gamba (che è piena zeppa di cicatrici), mi accorgo che a volte certi bambini fanno una faccina un po’ così… A me sinceramente dispiace (avevo anche pensato di coprirla), ma che ci posso fare? (Se me lo chiedono, in genere rispondo che ho lottato con uno squalo: funziona un casino). Ma nessun amministratore sano di mente si sognerebbe di proibire, che so, a un portatore di handicap l’accesso alla piscina comunale (anche perchè si beccherebbe, giustamente, una querela grande come una casa). Insomma: è compito dell’adulto spiegare al bambino che nella vita esiste la diversità, che non tutti sono fatti come si vede in tv, eccetera eccetera. E se il bambino ha paura dei tuoni, dei lampi, del buio, della panna montata, delle antenne paraboliche, che si fa? Si vietano per legge? Ripeto: questa di nascondersi dietro alle paure dei bambini è veramente una posizione squallida e di comodo.
Entrando nel merito dei burkini: io non vorrei che un credo religioso mi imponesse di vestirmi in un certo modo, ma siamo in un paese teoricamente libero e se a loro sta bene – se è una libera scelta – facciano pure. In fondo, saranno anche un pelino cazzi loro, o no? Voglio dire: ci sono dei membri dell’Opus Dei che usano il cilicio. Quello non fa paura ai bambini? Qual’è il problema allora? Offendono la nostra sensibilità? Beh, anche certi miei abbinamenti improbabili offendono la sensibilità di chi si sa vestire decentemente – probabilmente spaventano anche i bambini – e la mia ragazza vorrebbe una legge più restrittiva sulla scelta del mio abbigliamento. Piuttosto, farei notare una cosa: se vedo un manifesto di propaganda fascista, io mi sento molto offeso nella mia sensibilità. Ma quelli vanno bene, no?
Letture iperbariche.
Cosa consigliare per ingannare il tempo, mentre sudate e sbuffate nella mascherina?
Le cose più adatte sono, nell’ordine: dormire, le parole crociate, una rivista di gossip, un quotidiano (sportivo, perché è meglio evitare incazzature in ambiente estremo). Se proprio non potete fare a meno di un libro, ecco cosa sto leggendo io.
Sono io che me ne vado, l’esordio di Violetta Bellocchio. Frasi brevi. Capitoli brevi. Perfetto per le pause ogni venti minuti. (quando le ho fatto sapere questa modalità di fruizione del suo romanzo, c’è rimasta un po’ così…)
La banda dei brocchi, di Johnatan Coe. Sì, sono forse l’unico nell’emisfero boreale che non l’aveva ancora letto. Grande.
L’ozio come stile di vita, di Tom Hodgkinson. Appena iniziato: pare interessante e ampiamente condivisibile (considerato il nome di questo blog, potevo forse esimermi?)
Papi, di Gomez-Travaglio-Lillo. Sì, proprio lui. Regalo alla fidanza, poi cooptato. Non potevo resistere…
Una sbirciatina ai miei compagni di terapia. Oltre ai già citati cruciverba e riviste da parrucchiere, sono Dan Brown e Ken Follett che vanno per la maggiore, provocando accesi dibattiti su chi ha ucciso chi. Ho beccato una signora con Camilleri, un tipo persino con Calvino. Una ragazza diciannovenne (quindi già nell’età della ragione) sfoggiava Tre metri sopra il cielo (3MSC, pardon…). Ora: non voglio fare facili snobberie, però Moccia no. Moccia è cattivo.
Ecco come sono andate le cose. Ci ha informato che iniziare un libro le risultava arduo, ma in quel caso lo sforzo era stato ampiamente ripagato e adesso ne era conquistata. Al che prevedevo sorrisetti, alzate di sopracciglia e colpi di tosse da parte degli astanti: niente. Unico commento: “Aah, quello è bellissimo, l’ho letto anch’io!”. Da parte di una vamp platinata della bassa modenese, sulla quarantina.
Ma la palma d’oro, insindacabile, della lettura iperbarica va a una ragazza che sfogliava assorta una brochure di cui non riuscivo bene a vedere il titolo. Era il manuale d’istruzioni di un forno da incasso della Electrolux.
Musica iperbarica.
No, non potete portarvi l’iPod. A meno che non esista un modello da sub. Quindi l’unica opzione musicale è quella in cui il manovratore (quello che sta fuori) accenda la radio. Che di solito, immancabilmente, è RDS: non si scappa. Quindi Top20 in rotazione. Ovvero, al momento, dosi da cavallo di: Tiziano Ferro, Vasco,Lady Gaga, J-Ax e qualche altro tormentone che ora mi sfugge.
Allora: il Vasco nazionale ripete lo stesso concetto da circa trent’anni, l’ultimo hit è un mantra. “mipiacitu, mipiacitu, mipiacisolotu. come te lo devo dire?”. L’hai appena detto. Lady Gaga: si accettano scommesse su quanto tempo passerà prima che nessuno si ricordi più di lei e delle sue stampelle dorate (le voglio!!!). E stiamo parlando di una che si chiama Stefani Joanne Angelina Germanotta. Su di lei segnalo questo mirabile post di Inkiostro. Veniamo a J-Ax, che ci dice:“io sono Bruno Sacchi col suo Moncler, io sono Lino Banfi con Edwige Fenech”. D’accordo, hai quasi quarant’anni, ma i tuoi fan ne hanno, tipo, quindici. Non erano neanche nati quando vedevi i Ragazzi della 3C e per loro Lino Banfi è soltanto Nonno Libero. Fai te.
E cosa vuoi dire a Tiziano Ferro, uno che ti butta lì un verso come: “ti do questa notizia in conclusione. notizia è l’anagramma del mio nome”? L’anagramma del mio è Sommato, comunque. E se ci metto anche il cognome vengono perle come: Metabolismo Rasta, Molestatori Samba, Rassettammo Olbia, Resto Imbalsamato, Marito Assemblato e – il mio preferito – Rambismo Esaltato. Tiè!
La leggenda vuole che il fu Michael Jackson dormisse in una camera iperbarica, appositamente attrezzata per lui (la foto è del 1986). Recentemente anche Madonna si è convertita a questa pratica, pare che mantenga giovani. Al primo non è servita granché, alla seconda vedremo. Comunque non li invidio: la camera iperbarica è una discreta rottura di palle. Un po’ me ne intendo: la prima volta ci entrai nel 1987. E da allora non ne sono mai uscito. Scherzo. Da allora, mi è capitato altre due o tre volte di fare dei cicli di ossigenoterapia in camera iperbarica, l’ultimo l’ho iniziato un paio di settimane fa e ne avrò per 30 sedute. Ripeto: che palle.
In realtà non è proprio come nella foto di MJ. Quella lì (l’ho fatta anch’io per un po’) è un modello singolo, meno efficace e più rischioso: di solito per la terapia medica si usano camere multiple, dove entrano fino a una dozzina di persone, che appaiono più o meno così:
Di fatto stai un’ora e mezzo a pompare ossigeno con la mascherina, sotto la pressione equivalente di X metri sott’acqua. Quindi devi compensare con le orecchie, come fanno i sub. L’ossigeno sotto pressione serve per curare le ferite e un sacco di altre belle cose (a me serve per una ferita al piede, ma non ha importanza). La fregatura della presenza di ossigeno in alte concentrazioni, in un ambiente iperbarico, è che basta una minima scintilla e prende fuoco tutto in un attimo. E non puoi aprire immediatamente e uscire, per via della differenza di pressione tra interno ed esterno. Insomma, un trappolone. Per questo non si può portare dentro NIENTE di lontanamente infiammabile: per dare l’idea, non vanno bene gli abiti sintetici, solo cotone o roba ignifuga. Per questo, oltre ai pazienti, entra anche un medico o un infermiere. Tutti credono che sia per dare assistenza, in caso di problemi, ma la verità è un’altra. Non è un assistente: è un ostaggio. Una garanzia. Ok, se salta tutto noi siamo fottuti, ma ci portiamo dietro almeno uno dei vostri. Quindi occhio a quello che fate, là fuori.
incidenti di percorso
Nonostante ci siano millemila precauzioni e sistemi di sicurezza, alcuni incidenti (mortali) sono successi. Uno dei più tragici fu quello del 31 Ottobre 1997, quando morirono 11 persone all’ospedale Galeazzi di Milano. Dov’ero io nell’87.
Quando dici che sei stato al Galeazzi, fa sempre un certo effetto in un reparto di medicina iperbarica. Fa molto reduce dal Vietnam. A volte avrei la tentazione di un’uscita tipo: Sì, io ero là e ho visto tutto. E ogni notte rivivo quell’orrore: corpi carbonizzati, urla di terrore, fiamme dell’inferno. E via così. In realtà io ero stato là dieci anni prima: tutto filava liscio, ti controllavano sempre prima di entrare eccetera eccetera. Mi ricordo anche il primario del reparto, persona cortese, affabile, niente da dire. Credo l’abbiano condannato. (Per la cronaca il presidente dell’istituto era Antonino Ligresti, il fratello del famoso Salvatore. Condannato nel 2004. Adesso è a capo di uno dei più grandi gruppi ospedalieri privati europei.)
(Ecco. Adesso mi prende male. Che fine orrenda, poveracci. Perchè ho iniziato a scrivere questa cosa? Mi auto-suggestiono. Di solito uno non ci pensa, quando entra lì dentro, come di solito non pensi al disastro quando sali su un aereo. Chissà se i miei compagni di terapia ci pensano mai. Io quando entro là non ci penso. E soprattutto spero proprio di NON pensarci DOMATTINA e le altre volte che dovrò entrarci nel prossimo mese)
ps. il pezzo è stato scritto la sera del 15 luglio, appena iniziata la terapia. tengo a precisare che sono ancora vivo e vegeto, ho già fatto una ventina di sedute e non ho più avuto paranoie di questo tipo…
Cos’è un blog, in fondo? Un apostrofo rosa tra le parole ” Sono un grafomane egocentrico”. Forse è vero, ma a volte la pigrizia mitiga le derive masturbatorie, che generano fiumi di parole (ricordate i Jalisse ?). Come testimonia la mia amica (?) Capola nell’introduzione, questo spazio è stato a lungo under construction. Adesso è il momento di iniziare: non perchè ci sia un motivo preciso, ma perchè mi sono rotto i coglioni di vederlo vuoto. Non va bene.
L’idea è quella di uno spazio da riempire con varie amenità, che in linea di massima saranno considerazioni inutili su quello che circonda il sottoscritto e sull’universo in generale. Che poi è la materia di cui son fatti i blog, come diceva il poeta. Alcuni lo fanno meravigliosamente, altri (tra cui questo) un po’ meno: ma la rete è grande e c’è posto per tutti. Per la struttura mi sono ovviamente ispirato a i blog che seguo, a quelli di amici e conoscenti e anche a qualcuno che stimo. Quindi: se vi sembra che questo blog sia copiato dal vostro, sappiate che è esattamente così. Ci sono quelli che sono sempre aggiornati sulle ultime novità e quelli che invece preferiscono arrivare tardi, per riflettere a lungo e dare più profondità a quello che scrivono. Io cercherò una terza via: arrivare tardi, ma senza l’approfondimento. Secondo me può funzionare.
Naturalmente commenti e quant’altro saranno graditi. Tenete presente che, come dice uno che la sa lunga: voi scrivete quello che vi pare, io cancello quello che mi pare.