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Tutte le strade portano a Roma. (sì, vabbè, ma proprio in macchina?)

” …e allora vieni con me, amore, sul grande raccordo anulare, che circonda la capitale”

Fin dall’alba dei tempi e della storia, ho sempre sentito parlare del traffico romano con misto di terrore e deferenza. Mai avrei pensato – io che riesco a incasinarmi anche a Lippo di Calderara – di dover affrontare un giorno la Madre di Tutte le Esperienze Automobilistiche: Roma in macchina. In un giorno feriale (un venerdì, fra l’altro).

L’antefatto è questo: la mia morosina dolce è romana (succede). Questo weekend torna a casa e io la vado a trovare. Il punto è che sono ancora stampellato: e si sa che la stampella sul sampietrino non da certo il meglio di sè. In più la Capitale ha tanti pregi, ma ha questo difetto di essere piuttosto estesa (ci torneremo sopra). D’accordo: esistono i mezzi pubblici, ma provate voi a fare su e giù per bus e tram con le stampelle. Per evitare di farsi due spalle da Yuri Chechi (e due palle da basket al posto dei maroni), stampellando giulivo come Lady Gaga nel video di Paparazzi, non c’è molta scelta: o il taxi (e qui si pone un ostacolo economico non indifferente) o la macchina. E macchina sia: solo io e la mia piccola Toyota Aygo automatica blu, euro 4. Non un viaggio romantico, in moto o magari in bici, attraverso strade secondarie, immergendosi nella bellezza del paesaggio, fermandosi in ameni borghetti e paeselli, a respirare l’aria frizzante della campagna autunnale. Cazzate. Una bella autostrada pulsante, con fila di Tir in ritardo per la consegna, benzene e ossido di piombo, condita da lavori in corso e qualche incidente, per finire con il traffico della metropoli all’ora di punta. Questi sono i veri viaggi iniziatici, i percorsi di formazione che un uomo (ma anche un po’una donna) deve affrontare almeno una volta nella vita. Magari non tutti i giorni, ecco.

Mi faccio forza, ma ho paura. Ripasso l’itinerario su Google Maps. Devo uscire a Settebagni (ma siamo sicuri che esista davvero? e sarà segnalato bene?), poi la Salaria (pare sia una strada di mignotte, bisogna stare attenti che quello davanti non inchiodi all’improvviso) fino alla Tangenziale – l’unica tangenziale del mondo che sta dentro la città e non fuori (quindi non è tangenziale proprio a un cazzo) – ed oltre, dove la mia cicci buona mi verrà in soccorso, sempre che prima non se la carichi su qualcuno. Tutto facile, sulla carta, ma non sono convinto. Mi scorrono davanti immagini ancestrali in bianco e nero, tremolanti e sgranate: vecchi film, archivi fotografici, storie di boom economico, di utilitarie con le valigie sul portapacchi e quattro marmocchi sul sedile di dietro, di pranzi domenicali sulla spiaggia con le fettuccine portate da casa. Il traffico di Roma: un’astrazione, un concetto, un’idea platonica, l’ur-traffico. Penso alle costanti fatidiche comunicazioni di Isoradio: rallentamenti sul Grande Raccordo Anulare. Ce poi morì de vecchiaia, cantava Guzzanti. Quei nomi evocativi: Acilia Casal Palocco, Casalotti Boccea. Se tutto va liscio il raccordo lo dovrei scansare, ma se sbaglio e finisco – che so – a Tor Pignattara? O a Spinaceto-pensavo-peggio? O a Infernetto? Che cazzo è l’Infernetto??? Aiuto. Se ne esco vivo vi farò sapere.


 

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