Il tuo odore è ossigeno (Afterhours – 1995)
La leggenda vuole che il fu Michael Jackson dormisse in una camera iperbarica, appositamente attrezzata per lui (la foto è del 1986). Recentemente anche Madonna si è convertita a questa pratica, pare che mantenga giovani. Al primo non è servita granché, alla seconda vedremo. Comunque non li invidio: la camera iperbarica è una discreta rottura di palle. Un po’ me ne intendo: la prima volta ci entrai nel 1987. E da allora non ne sono mai uscito. Scherzo. Da allora, mi è capitato altre due o tre volte di fare dei cicli di ossigenoterapia in camera iperbarica, l’ultimo l’ho iniziato un paio di settimane fa e ne avrò per 30 sedute. Ripeto: che palle.
In realtà non è proprio come nella foto di MJ. Quella lì (l’ho fatta anch’io per un po’) è un modello singolo, meno efficace e più rischioso: di solito per la terapia medica si usano camere multiple, dove entrano fino a una dozzina di persone, che appaiono più o meno così:
Di fatto stai un’ora e mezzo a pompare ossigeno con la mascherina, sotto la pressione equivalente di X metri sott’acqua. Quindi devi compensare con le orecchie, come fanno i sub. L’ossigeno sotto pressione serve per curare le ferite e un sacco di altre belle cose (a me serve per una ferita al piede, ma non ha importanza). La fregatura della presenza di ossigeno in alte concentrazioni, in un ambiente iperbarico, è che basta una minima scintilla e prende fuoco tutto in un attimo. E non puoi aprire immediatamente e uscire, per via della differenza di pressione tra interno ed esterno. Insomma, un trappolone. Per questo non si può portare dentro NIENTE di lontanamente infiammabile: per dare l’idea, non vanno bene gli abiti sintetici, solo cotone o roba ignifuga. Per questo, oltre ai pazienti, entra anche un medico o un infermiere. Tutti credono che sia per dare assistenza, in caso di problemi, ma la verità è un’altra. Non è un assistente: è un ostaggio. Una garanzia. Ok, se salta tutto noi siamo fottuti, ma ci portiamo dietro almeno uno dei vostri. Quindi occhio a quello che fate, là fuori.
incidenti di percorso
Nonostante ci siano millemila precauzioni e sistemi di sicurezza, alcuni incidenti (mortali) sono successi. Uno dei più tragici fu quello del 31 Ottobre 1997, quando morirono 11 persone all’ospedale Galeazzi di Milano. Dov’ero io nell’87.

Quando dici che sei stato al Galeazzi, fa sempre un certo effetto in un reparto di medicina iperbarica. Fa molto reduce dal Vietnam. A volte avrei la tentazione di un’uscita tipo: Sì, io ero là e ho visto tutto. E ogni notte rivivo quell’orrore: corpi carbonizzati, urla di terrore, fiamme dell’inferno. E via così. In realtà io ero stato là dieci anni prima: tutto filava liscio, ti controllavano sempre prima di entrare eccetera eccetera. Mi ricordo anche il primario del reparto, persona cortese, affabile, niente da dire. Credo l’abbiano condannato. (Per la cronaca il presidente dell’istituto era Antonino Ligresti, il fratello del famoso Salvatore. Condannato nel 2004. Adesso è a capo di uno dei più grandi gruppi ospedalieri privati europei.)
(Ecco. Adesso mi prende male. Che fine orrenda, poveracci. Perchè ho iniziato a scrivere questa cosa? Mi auto-suggestiono. Di solito uno non ci pensa, quando entra lì dentro, come di solito non pensi al disastro quando sali su un aereo. Chissà se i miei compagni di terapia ci pensano mai. Io quando entro là non ci penso. E soprattutto spero proprio di NON pensarci DOMATTINA e le altre volte che dovrò entrarci nel prossimo mese)
ps. il pezzo è stato scritto la sera del 15 luglio, appena iniziata la terapia. tengo a precisare che sono ancora vivo e vegeto, ho già fatto una ventina di sedute e non ho più avuto paranoie di questo tipo…


